Cosa fa il brand curator?

Una premessa.
Fai una prova: scrivi il termine Brand Curator, su Google e vedi cosa succede.

Ho pensato che prima di addentrarmi sul ruolo e significato che ho attribuito alla mia professione, fosse interessante e fondamentale partire proprio da qui.
La community di Google, noi utenti, cosa sappiamo della brand curation e come la vediamo applicata.
In italiano e in Italia non pervenuta.

Il termine.
Brand curation (brand = la marca e curation= curatela, il prendersi cura di un progetto, di un testo, di un brand e del suo linguaggio e della relazione che si crea con la community di appartenenza).

Questo potrebbe essere un buon inizio. La parola curation appartiene al mondo dell’arte. Ci basti pensare al curatore di mostre, curatore di arte, pittura, fotografica.
Nell’ambito della comunicazione la content curation è la curatela dei testi nella sua ampia accezione.
Una scelta strategica, applicata con un tono di voce ad un piano editoriale e una visione che tenga conto della fonte, della strategia con cui la si vuole condividere alla propria community e l’obiettivo con cui farlo.

Il termine brand ci riporta a tutta la tematica della marca e dell’azienda in sé, dell’identità e del tema valoriale con cui si approccia al mercato.

Brand curator… what?

Questo termine è stato menzionato per la prima volta da Jonathan Mildenhall, l’ideatore della campagna Coca-Cola Coke’s Content2020 strategy, evolvendo il pensiero dal concetto di creatività a quello di contenuto, inteso come contenuto di valore per la propria community e per il brand.

Brand curation
Per cominciare a tracciare alcune linee guida che definiscano i confini di questa professione possiamo partire da alcuni punti che vedono un punto di ibridazione e una zona comune tra l’attività del brand manager, quella dello strategist e della content curator. Queste tre attività insieme possono includere questa mansione.

Simon Graj ha scritto un interessante articolo su Forbes
indicando tutte le caratteristiche che dovrebbe avere un brand curator.

I brand manager di oggi devono essere i curatori eccezionali dei valori e dell’identità del marchio.

* Conoscere il DNA del marchio e difendere la sua essenza.
* Mantenere il marchio autentico. Resistere fermamente alla tentazione di compromettere il valore del marchio qualora ci sia la tentazione di perseguire   opportunità a breve termine.
* Scoprire come il marchio si connette al suo mercato di riferimento e ai valori che lo differenziano dagli altri brand.
* Percepire come il marchio soddisfi il desiderio costante di ogni cliente.
* Innescare dinamiche di buone pratiche che coinvolgano la responsabilità dell’azienda nella community di riferimento. (Questo l’aggiungo io).
* Costantemente “spolverare” la merce per far brillare il marchio e continuare a focalizzare i riflettori per mantenere l’aura.
* Allearsi agli standard del mercato e seguire gli appassionati di marchi ed evangelisti nei social network, perché sono loro i veri possessori del marchio,
che celebrano i valori del marchio. I loro problemi  e bisogni  sono sfide per il  marchio e richiedono una pronta risoluzione.
* Quando il marchio è concesso in licenza, considera la licenza un atto di fiducia come una mostra “prestata” a un grande museo.
* Immergersi nell’esperienza del marchio dei concorrenti per scoprire come potrebbero eccellere.

Aggiungo un testo bellissimo da cui trarre ispirazione per un nuovo modo di approcciarsi alla scrittura e alla relazione strategica in azienda, in quanto ne parla in forma molto interessante Paolo Iabichino, ponendosi la domanda di chi deve scrivere oggi in pubblicità, per un’azienda, di come sia importante trovare la giusta voce per ogni destinazione.
Scripta volant. Un nuovo alfabeto per scrivere (e leggere) la pubblicità oggi 

Ecco, parto da questi principi. E cerco di migliorarmi ogni giorno.